
La struttura di un filtro a maniche non è, di per sé, particolarmente complessa.
In entrata, troviamo un condotto detto appunto di ingresso. Il gas da processare (che può anche essere normalissima aria), carico di particolato da eliminare, viene fatto entrare qui ad adeguata velocità, sotto l’azione di un ventilatore. Allo scopo di ripartire il gas nei vari compartimenti, il condotto centrale contiene delle piastre deflettrici forate. Il gas così convogliato viene forzato a passare attraverso dei filtri di tessuto a forma cilindrica – appunto, le maniche che danno il nome al sistema – sulle quali le particelle contaminanti rimangono intrappolate, mentre il gas purificato passa. Questa parte del filtro è contenuta in un apposito cassone, dimensionato in base alla depressione massima che il ventilatore può generare. Alle maniche è poi associato un sistema di lavaggio per eliminare le particelle separate, solitamente funzionante ad aria compressa. Passando dal condotto, il gas viene quindi convogliato nel Plenum, o camera pulita, da cui passa poi nel condotto di uscita per essere nuovamente immesso in circolazione.
Questa configurazione di filtri presenta dei significativi punti di forza: prevede costi iniziali piuttosto bassi, non ha ingombri eccessivi (ed è ampliabile in maniera modulare) e soprattutto, alla prova dei risultati, mostra efficienze elevatissime e soddisfacenti con tutti i generi di particolato. Sul fronte degli svantaggi, invece, è necessario rilevare dei costi di manutenzione significativi, soprattutto ad alte temperature, in quanto il tessuto delle maniche tende a deteriorarsi piuttosto rapidamente in tali condizioni. Inoltre, il sistema non può assolutamente essere utilizzato per il trattamento dei fumi umidi.